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C’era una volta uno zio scapolo che girava per il mondo. Un agronomo che amava le piante tanto quanto Statella. Ogni essenza forestale, ogni albero o cespuglio che lo ammaliasse entrava nella composizione di un ambizioso progetto: la villa. Quella villa che intreccia stili, arbusti e fiori è oggi il nostro gioiello, la testimonianza più preziosa che abbiamo ereditato.

Gli alberi sono cresciuti duellando fra loro per conquistarsi la luce, la terra, il nutrimento. Da questa battaglia secolare sono emersi i vincitori, coloro che meglio si sono saputi adattare, quelli che hanno voluto vivere. E sono quei trionfatori che ancora adesso ci consentono di fregiarci di un parco invidiabile.

Muretti di bosso separano pini ed eucalipti dai corbezzoli le cui fronde s’intrecciano con l’imponente araucaria, che confina col tasso. Querce e cedri si alternano in un corridoio che sfocia su distese di verdi. E le roselline bianche di quell’anziano arbusto che inonda l’aria di essenza delicata, si arrampicano su travi di legno che ornano la radura. Dirimpetto, le mimose usurpano le aiuole inchinandosi all’eleganza dell’albero di giuda. E i suoi fiori, di un rosa deliziosamente acceso, s’ intervallano a quei ninnoli legnosi plasmati dalle conifere.

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